CAPITOLO III - Origini e sviluppo della modalità

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TEORIA

Indice

Preludio

Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
Capitolo VII

Postludio

Terminologia


RITMICA

Introduzione

1. Clave
2. Origini
3. Ritmica

Conclusioni
CAPITOLO III - Origini e sviluppo della modalità
  1. Della notazione della musica occidentale
  2. Delle unità metriche
  3. Del pentagramma, delle chiavi e delle alterazioni

1. Della notazione della musica occidentale

Questo rapido sguardo panoramico ci riporta alle sorgenti della musica occidentale, e principalmente alle fonti greche. I Greci avevano molto sviluppato la concezione del modo attribuendo alle loro species oltre che nomi etnici (dorico, frigio, lidio) virtù eccitanti, calmanti e anche curative. Gli storici considerano questi tre modi antichissimi e fondamentali; sarebbe azzardato fissarne l' ordinamento degli intervalli nell' epoca arcaica, poiché dovette modificarsi prima di essere fissato ai tempi di Platone e di Aristosseno. D' altra parte, Aristotele proponeva di ridurre le diverse scale ai modi dorico e frigio. Assai più tardi, Martiano Capella (V secolo d.C.) pur riconoscendo i sette o otto toni principali degli Alessandrini, si basa soltanto sul lidio. Boezio (De Musica, libro IV, cap.III) espone la notazione prendendo come esempio quello del lidio.

Benché la scala di tipo maggiore fosse presente essa, nella teoria modale non avrà rilevanza.
Le innovazioni attribuite a Guido d'Arezzo (rigo, Chiavi, nomi delle note, l' esacordo e mutazioni ) non recano alcun cambiamento essenziale agli toni modali.
Il monaco benedettino ideò la formula mnemonica per ricordare l'esatta intonazione delle note dell' esacordo, assegnando a ciascuna un nome (UT, RE, MI, FA, SOL, LA) corrispondente alla prima sillaba di ogni emistichio dell' Inno di san Giovanni:

Utqueant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
(SI) Sancte Johannes

La terminologia modale si perpetua fra i teorici della musica fino alla fine del XVII secolo: si scriveranno ancora brani nei modi lidio e dorico. In Italia, Giovanni Battista Doni (il teorico che cambiò il nome della nota UT in DO) si prodigherà in favore dei clavicembali che possono suonare nel tono di Roma (dorico).
Nel nostro tempo, compositori come Gabriel Fauré o Claude Debussy imiteranno l' atmosfera modale facendo uso di sensibili distanti un tono e non un semitono dalla tonica. Oliver Messiaen ha proposto l'uso delle scale modali arbitrariamente difettive, " a trasposizioni limitate ", ma armonizzate dalla cadenza Dominante - Tonica.

Rimane una questione preoccupante per i musicologi: la questione dell' accompagnamento della musica modale medioevale. Inevitabilmente noi lo concepiamo nella prospettiva del maggiore tonale o del minore tonale, e siamo così indotti ad armonizzarli secondo le regole della cadenza perfetta ignota al medioevo. Siccome non ammettiamo più, d' altronde, la cadenza politonica medioevale, teorici - musicisti come M. Emmanuel si sono ingegnati a cercare una via di mezzo la quale, senza sviarci, applica alle antiche cantilene armonie che non siano loro estranee.


2. Delle unità metriche

La musica è normalmente annotata in unità metriche o misure; all'inizio di ogni composizione si trova un'indicazione di tempo, che spiega il numero di battute per unità. L'indicazione di tempo più frequente C è lo stesso di 4/4, e significa che in ogni misura vi sono quattro note di un quarto. Altre frequenti indicazioni di tempo sono: 2/4 (due note di un quarto per misura), 3/4 (tre note di un quarto per misura), 6/8 (sei note di un ottavo per misura), 9/8 (nove note di un ottavo per misura) 12/8 (dodici note di un ottavo per misura) ecc..


3. Del pentagramma, delle chiavi e delle alterazioni

Il problema della notazione dell'altezza del suono era già stato risolto fin dal secolo undicesimo. Il rigo odierno di cinque linee è un lieve perfezionamento del sistema che Guido d'Arezzo aveva proposto verso il 1025. Ogni linea e ogni spazio rappresentano un grado della scala. Un simbolo all'inizio del rigo (una "chiave") serve al lettore per orientarsi nello spazio musicale. Le due chiavi più comuni sono: la chiave di violino che anticamente veniva rappresentata da una G e la chiave di basso che anticamente veniva rappresentata da una F. La prima indica che la nota SOL, sopra il DO entrale, si trova sulla seconda linea a partire dal basso. La seconda chiave, invece, indica che il FA sotto al DO centrale si trova sulla seconda linea a partire dall'alto.

Qualunque nota può essere abbassata di mezzo tono mediante il bemolle (f) o alzata mediante il diesis (s). Il segno naturale, bequadro (n), annulla ogni accidente precedente; il doppio bemolle (ff) e il doppio diesis (·X·) , simboli meno frequenti, alzano o abbassano una nota di due semitoni.

La notazione moderna si è formata verso il 16oo e non ha subito cambiamenti notevoli. La storia della notazione dal 16oo ad oggi non riguarda tanto cambiamenti di principi quanto cambiamenti d'atteggiamento da parte del compositore nei confronti della partitura e dell' esecutore. Prima del 1600, la notazione scritta non era che una specie di tracciato che l' attiva collaborazione dell' esecutore doveva poi rendere musica viva. I compositori del Medioevo e del Rinascimento, ad esempio, non indicavano quali strumenti si dovevano usare, né quante voci; tanto meno specificavano il tempo, o, dato relativamente più raffinato, quanto forte o piano dovesse essere eseguita ogni sezione. Questi problemi erano affidati all' esecutore che li risolveva a seconda del numero di suonatori a sua disposizione, del luogo in cui la musica doveva essere eseguita e del proprio livello di preparazione.